lunedì 21 febbraio 2011

Kiribati, Trieste.

Il mio è un lavoro strano, l'ho già detto e scritto tante volte.
Però ha degli aspetti positivi, uno dei quali è che si incontrano persone di ogni parte del mondo, quindi difficilmente ci si annoia.
Tempo fa ho dovuto assistere, durante la sua permanenza in porto, la portacontainer "Port Said". E' una nave feeder: effettua una rotazione che prevede l'approdo in diversi porti tra Tirreno e Adriatico. Prima dell'arrivo a Trieste, il comandante (tedesco di Germania) mi manda la lista equipaggio... e qui ho la prima sorpresa: dopo gli scontati tedeschi (master e chief engineer) Filippini (primo ufficiale, secondo, cuoco) Ucraini (ufficiali di macchina), noto che tutta la bassa forza, alla voce "nationality" riporta: Kiribati.
Siccome in geografia sono ignorante come pochi, mi sono documentato, scoprendo che trattasi di arcipelago dell'Oceano Pacifico. Appurato con la polizia che non ci sono problemi per il rilascio dei lasciapassare per consentire ai marittimi di scendere a terra (Iraniani e Pakistani, ad esempio, non possono scendere sul sacro suolo italico) preparo i soliti documenti e mi dimentico del simpatico arcipelago.
Fino alla domenica mattina, quando la nave ormeggia.
Arrivo in porto di corsa, trafelato, incazzato col mondo e con le autorità competenti che mi costringono a fare dei lavori palesemente inutili... ma questa è un'altra storia.
Sono a bordo, e sbrigo il mio lavoro con la consueta, maledetta fretta. Mi accorgo a malapena che i marinai della nave sembrano tutti dei giocatori di rugby degli "all blacks": scuri di pelle ma non troppo, naso da pugile, corpi tozzi e robusti.
Mentre mi scapicollo giù per la scaletta, diretto alla moto... vedo che un marinaio è sceso sul pontile, e ha in mano un bastone.
Anzi, non è un bastone. E' una specie di arpione: da un lato ha come delle stecche di ombrello disposte "a pigna" e dall'altro c'è una fune per il recupero.
Mentre mi rendo conto di cosa sia quell'attrezzo... lui comincia a pescare, nello spazio tra la il molo e la nave. E al primo tentativo, tira su 2 cefali da porzione.
Non si cura minimamente di me che lo guardo stupito: finisce pietosamente i due pesci, fa ancora un paio di lanci e dopo meno di cinque minuti risale a bordo con il pranzo in un secchio.
La naturalezza di quei gesti, l'abilità consumata mista ad una sorta di religiosità stridevano in un modo impressionante con le transtainer che rumoreggiavano in sottofondo e il viavai dei camion. Mi sarebbe piaciuto scattare qualche foto, ma come sempre, la macchina fotografica era a casa, al calduccio... maledetta pigrizia e maledetta fretta.

5 commenti:

Anonimo ha detto...

bentornato anche a te mister, e che bel post per il rientro!
marco

anchecheno ha detto...

Bentornato Misterpinna,
grazie per il post, veloce e intenso.
Nella fretta non smettiamo di vedere, per fortuna.
A presto
Paolo

misterpinna ha detto...

Grazie del bentornato, fa piacere sapere che c'è qualcuno che pazientemente aspetta unnuovo post!

maurizio ha detto...

sei sicuro che il pescatore in questione non fosse il nostro amico comune.... un certo dottordivago, che si spaccia per un abile pescatore d'acqua salata?

Anonimo ha detto...

Rispondo a te e a quel ciulandàri del Camagna: se il pescatore aveva sui 25 anni, chi lo sa, potrebbe essere mio figlio.
In un'altra vita, febbraio 1985, ho passato tre giorni a Kiribati, nel porto di London; abbiamo fatto cambusa e ho ingiaccato una bella signorina.
Ho fatto anche una telefonata, visto che a casa non mi sentivano da un mese; aspetto mezzora il collegamento, poi...
"Ciao, ma', sono io..."
"Gioia... come stai?"
"Bene, bene... e voi?"
Caduta la linea.
"84 dollars, sir..."
'cci loro...
Dottordivago